L’Apice della mia Esistenza come Essere Umano sulla Terra


Amarcord / mercoledì, Aprile 26th, 2017

La felicità, è rinomato, è cosa sfuggente. Tu pensi che si stia aprendo per te, di averla davanti che si dipanerà in una vita spensierata (di solito sei molto giovane quando formuli questo tipo di assurdità nella tua testa), invece spesso, è proprio nel momento in cui accarezzi queste considerazioni che essa si sta manifestando. E’ qui ora e adesso.

Ho già assunto il mio sonnifero stasera (quello che il mio psichiatra definisce “Se non ti fa dormire quello, ci resta solo la botta in testa da tentare”), e potrete capire con quale leggerezza vi scrivo i miei pensieri, raccogliendoli come more dalle nuvole che mi girano attorno alla testa <3

Dunque, il momento di assoluto, totale ed accecante fulgore della mia vita, io l’ho esperito all’età di sette anni. Ero una regina e non lo sapevo. Vi racconto: da bravi goriziani, i miei nonni erano soliti affittare un’appartamento a Lignano Sabbiadoro tutte le estati, e mi portavano con sé (perché il sole, si sa, giova molto alla crescita sana dei piccoli).

La giornata di svolgeva quasi tutti i giorni in questa maniera: sveglia moderatamente presto, colazione con Nesquik e biscotti (ma che ne sanno i bambini di oggi!), costumino coi pesciolini indossato, rete con le formine per la sabbia in spalla e via, verso la spiaggia.

Una volta raggiunto l’ombrellone, la nonna mi annegava di crema e poi si stendeva ad arrostirsi, leggere qualche romanzo e scambiare quattro chiacchiere da pianerottolo con la vicina di ombrellone. Il nonno no. Il nonno si rompeva fieramente i coglioni di lettino e libro e così, usando me -la sua unica nipotina- come becero pretesto costruiva tutti i giorni un castello di sabbia diverso. (Ogni giorno diverso!!!). Il nonno si divertiva abbestia.

Dopo questo sforzo architettonico (l’edificio, di foggia medievale, era provvisto di canali per l’acqua, torri con le guglie, carrucole funzionanti), il nonno ed io eravamo accaldati. “Marta andiamo in acqua che ti rinfreschi”. Ma prima n’altra mano di crema (sono sempre stata orrendamente pallida). In acqua il nonno ed io facevamo i giochi più fighi: il coccodrillo e la preda, i tuffi (mi metteva sulle sue spalle ed io mi lanciavo), il koala e l’albero di bambù. Ridevo, ridevo, ridevo tanto che avrò bevuto mezza costa adriatica in quegli anni.

Arrivava puntuale il momento fatidico: “Rientriamo, Marta, che ti si lessano le dita“. E lì, ad attendermi: il miracolo. La nonna mi aspettava al suo lettino che mi cedeva (non prima di avermi avvolta nel mio accapatoino rosso) e, appena appena mi scaldavo un po’, estraeva dalla sua borsa mare un sacchettino di carta unto che conteneva un krapfen alla marmellata (o bombolone che lo vogliate chiamare) e me lo metteva in mano “Tò: la merenda

Io stavo così, stanca dalla felicità di aver giocato, costruito, riso, di essere stata la più alta sulle spalle del nonno, aver ingurgitato ettolitri d’acqua e risate, risate, risate, ammollata sullo sdraino, accoccolata nell’asciugamano col mio krapfen in mano. Non descrivo oltre: lascio che giudichiate voi dalla foto se non ho l’espressione -tipica del faraone egizio- del dio incarnato in uomo. Guardate se quella non è la faccia di uno che è arrivato nella vita. Il momento più alto della mia esistenza su questa terra.

Alla luce di questo reperto posso tranquillamente affermare che quel coglione di Di Caprio che urlava “Sono il Dio del Mondo!” dalla prua del Titanic, non ne sapeva proprio un cazzo.