David Lynch e la mia perdita dell’innocenza intestinale


Cinema / domenica, Maggio 21st, 2017

L’autrice si riserva di puntualizzare che non è -ancora- incontinente

L’origine del cagotto

Oggi è un giorno storico: ritorna in televisione il seguito di una delle serie televisive più famose e iconiche di sempre: Twin Peaks. Questo mi spinge a scrivere un pezzo altrettanto scabroso: quello sull’origine della mia colite nervosa. Fidatevi di me, sarò delicata e non vi turbero’ con nessuno dei due argomenti (uno almeno ve lo posso spoilerare…sta storia già so come va a finire).

Era il lontano 1990 quando Twin Peaks andava in onda per la prima volta (il 90, credo, non fidatevi: questa è una ricostruzione emotiva, non scientifica) preceduto da un batti batti di marketing raramente visto prima. “Chi ha ucciso Laura Palmer?” Suscitava un interesse morboso simile all’appeal delle Sfumature di grigio odierne. (Non me ne vogliano gli adoratori di Lynch: sto separando il prodotto di marketing dal valore artistico).

Era torbido, era proibito a noi piccoli, era un giallo a sfondo sessuale con particolari raccapriccianti allettantissimi… Le aspettative erano altissime, “Il diario di Laura Palmer” si vendeva nelle librerie e TV Sorrisi e Canzoni ne anticipo’ un inserto (che andava tagliato con le forbici per essere aperto, a tutela del pubblico di minori). In poche parole: a casa non mi permettevano di guardarlo.

Alla resa dei conti, il fumo fu più dell’arrosto per molti spettatori italiani: la regia di David Lynch non è infatti digeribile ai più,  coi suoi ritmi lenti, i suoi rossi saturi, i suoi dialoghi centellinati e la sua passione per descrivere -più che una vicenda- uno spaccato di umanità dall’animo corrotto.

La sera dell’ultima puntata, mi ritrovai con mia madre a casa dei nonni a mangiare il gelato “la Marta non dovrebbe guardare, ma solo un minuto, solo un minuto che vediamo chi è l’assassino” (particolare relativamente irrilevante nel dipanarsi della vicenda che virava più sulle atmosfere malate della cittadina che su un banale whodunit).

L’assassino era uno spirito maligno impossessatosi del corpo del padre della giovane vittima (o forse sto padre soffriva di doppia personalità,  non ho mai indagato ma non credo fosse il punto). L’inquadratura che svelava l’arcano era questa:

 

Il terrore che provai a vederla fu fisico: dovetti correre al bagno perché letteralmente “me la stavo facendo sotto dalla paura”.

Quello fu l’inizio della mia celeberrima colite ansiosa, del cagotto tremendo che mi prende ogni santa volta che sto in ansia, del signor Immodium a cui pago la villa al mare. Quello fu l’episodio zero (ironico: si dice in psichiatria ma anche nel linguaggio televisivo) della mia vita a somatizzare ansia in questo modo.

Questo è il mio modo di celebrare il seguito del tuo lavoro televisivo più fortunato, caro Maestro Lynch: diventando adulta sono diventata anche cinefila e ho preso una laurea al DAMS Cinema. Ho amato alla follia e pianto col tuo “Elephant man”, ho trovato geniale il tuo “Mulholland Drive”, credo che il tuo “A Staright Story” sia pura poesia, ma non ho mai mai mai rivisto Twin Peaks.

E mai lo voglio vedere. Ti voglio bene uguale, David Lynch, anche se hai fatto di me una seppia che spruzza il suo inchiostro nero ogni volta che fa un salto di paura.