La Sofferta Categoria dei Critici e del Motivo che li Spinge a Credere di Essere Fondamentali per il Proseguimento della Specie Umana


Cinema / domenica, Gennaio 7th, 2018

E’ nelle sale in questi giorni l’ultima fatica cinematografica del coreano Jin Wuan Gon: una pellicola sofferta, a tratti autobiografica, che ci proietta nel mondo interiore dell’autore. Vincitrice del Gran Premio della Critica alla Mostra del Cinema Internazionale di Biella, l’opera rivela il lato più lirico del regista il quale, alla settima prova dietro la macchina da presa, mostra un po’ di visibile stanchezza, ma anche un lato più consapevole e maturo.

La spettacolare mise en scène della vicenda (splendidamente fotografata da Lee Chang Ok, con il quale il nostro ha ormai formato un sodalizio inscindibile), visionaria ed azzarderei grandguignolesca, rivela con poesia intimista la retorica del non dire. Il Meastro Wuan Gon (cogliendo la lezione felliniana) è un regista che non ha più niente di nuovo da dire, ma sa come dirlo.

Soffusa e a tratti ineffabile la recitazione in sottrazione dei due struggenti protagonisti, costretti ad un’incomunicabililtà intrinseca che ben viene sottolineata nella splendida colonna sonora minimalista del Maestro Kim Al-Bano. Un’opera ermetica, essenziale, ma che suggella una carriera pregna di lavori in costante crescita espressiva. E’ un linguaggio metacinematografico quello a cui ci ha abituati il regista, che in quest’opera lo spettatore non troverà, constatando la pellicola come una delle più importanti del decennio, assieme ad Anche i gigli piangono (dello svedese Viktor Östlund) e Tragedia di un tortello a Capodanno del nostro Orietto Bertolini.

Solo un raffinato esercizio di stile? Io non credo: piuttosto un ritorno al coraggioso montaggio analogico controcorrente.

Applausi.

 

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