L’Inspiegabile Fascinazione Hollywoodiana peri i Biopcs e la traslazione degli spettatori da Cinema a Televisione


Cinema / domenica, Maggio 13th, 2018

Ormai è chiaro anche ai sassi: a Hollywood l’attore protagonista che si trasfigura per impersonare la storia di un personaggio vissuto realmente, vince l’Oscar. Per citarne alcuni: il naso finto di Nicole Kidman nelle vesti di Virginia Woolf (ma poi: perché???), l’impressionante dimagrimento di Matthew Mc McConaughey in Dallas Buyers Club, i quindici chili che la divina Charlise Theron ha preso per interpretare la serial killer in Monster; ma ancora più indietro: Robert De Niro che ingrassa di trenta chili solo per la chiusa di Toro Scatenato. Tutti a mio modesto avviso meritati, ma non certo per la rozza ottica di spettacolarizzazione da circo che il pubblico medio sembra aspettarsi: protesi, nasi finti, magrezza e obesità patologiche (Il Freak Show non ha mai cessato di esistere).

Recentemente mi è capitato di vedere due casi che sono stati particolarmente esemplari su questo argomento: Eddie Redmayne nella parte del compianto Stephen Hawking che vince un Oscar per il film La teoria del tutto (2014)

e il corrispettivo Benedict Cumberbatch nella medesima impresa ma questa volta in una produzione televisiva BBC, premiato con un  Golden Mymphn (Hawking, 2004).

 

Settimane dopo mi sono fiondata al cinema per assistere al grande Gary Oldman nei panni di Winston Churchill (L’ora più buia – 2018 – che gli è valso ovviamente il premio Oscar)

e di confrontarlo con il Churchill interpretato da John Lithgow nella magnifica serie Netflix The Crown (2017, ancora non conclusa) per il quale vince un Emmy.

Eccoli qui, tutti e quattro sottomano per confrontarli al volo.

Senza inoltrarmi in giudizi di gusto e creare classifiche (che trovo di pessimo gusto e arroganti da parte di chi le redige), riscontro degli elementi comuni che mi portano a successive riflessioni. Ve li sciorino punto per punto: (NB i due personaggi sono rappresentati in momenti diversi della  vita nelle ispettive produzioni)

  • Le trame narrate al cinema sono semplificate; spiegate quasi in maniera didascalica e tendenti a portare lo spettatore a nutrire simpatia verso il protagonista. I giorni fatidici in cui Churchill prende decisioni in merito al comportamento dello stato rispetto la Seconda Guerra Mondiale sono raccontati in modo a dir poco bambinesco, approssimativo e svilente del gravissimo episodio trattato.
  •  Il taglio recitativo di chi impersona un personaggio realmente esistito su pellicola mette in luce due, al massimo tre caratteristiche della sua personalità (quelle per cui è rinomato), nelle serie TV invece si nota un evidente sforzo di tratteggiare una persona completa e sfaccettata nelle caratteristiche e nelle sue contraddizioni.
  • La recitazione cinematografica (in conseguenza ai primi due punti) deve per forza essere macchiettistica, quasi caricaturale (mi sono onestamente vergognata a vedere il grande Oldman fare così misera figura di se stesso comportandosi come un vecchio burbero dal cuore tenero ma che ha fiducia nel suo popolo. Churchill?!?!?!! Lo avranno costretto dalla produzione: deve essere andata così, non me lo spiego altrimenti). Il pur bravissimo Redmayne che di suo ha un approccio molto personale nel descrivere il proprio personaggio ha portato in scena un Hawkings con una malattia degenerativa, innamorato della moglie, che persiste nelle sue ricerche. Affettato e manieristico come in un cattivo doppiaggio della peggio Hollywood anni ’40.
  • Ora, la congettura naturale da trarsi è che la serialità offre agli sceneggiatori più tempo per sviluppare in profondità e orizzontalmente episodi e caratteri. Questo però non vale nel caso dell’Hawkings televisivo, che è un lungometraggio.

 

Che si sia ribaltata l’utenza dei prodotti mediatici? Che il cinema sia tornato alle sue origini di estensione delle attrazioni da Circo di centoventi anni fa e che lo spettatore che oggi possiede conoscenze storiche, spirito critico, soglia di attenzione (che gli consente di seguire una storyline che intreccia anche una sola altra vicenda), sia quello che seleziona il suo gusto On Demand sulle piattaforme televisive o Web?

In realtà sono anni ormai che, fra lo scetticismo comune, gli autori, i registi, gli attori, i tecnici più famosi e preparati si sono spostati sulla TV on demand. Ricordo ancora oggi un’illuminante intervista di quel genio di Kevin Spacey da David Letterman. Fu il primo, con la sua rivisitazione del già ottimo britannico House Of cards a produrre su Netflix, assieme a David Fincher, Robin Wright e Jodie Foster. “E’ un nuovo modo di produrre” spiegava “Consente alla sceneggiatura e alla produzione di pianificare varie stagioni in avanti, perché non sono più schiave del risultato al botteghino o dell’Auditel.

Qualunque sia la spiegazione di questo fenomeno, resta comunque il fatto che la rivoluzione digitale e l’iperconnessione hanno toccato anche la settima arte, che spesso nella sua storia ha dovuto adattarsi all’avvento di nuove tecnologie mettendo in campo le armi che aveva. Sta di fatto che oggi, quando penso al Cinema come alla Settima Arte, penso più a Netflix che ad andare in Sala.

E, ad ogni modo, caro Gary, ti perdono. Invecchiare tira fuori il peggio di tutti noi: pure il mio, che prometto di non esprimere giudizi di gusto e poi mi incazzo per come mi trattano Churchill.

Tant’è…

 

 

 

 

 

 

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