Suspiria: La Sopravvivenza delle Donne di Guadagnino e l’amore disincantato per il Cinema di Raimi. Oltre Ogni Bellezza Illusoria.


Cinema, femminismo / mercoledì, Aprile 24th, 2019

Reduce da una Pasqua passata a letto con l’ennesimo virus, quantomeno ho potuto dedicarmi alle mie amate maratone di film, e ho visto in fila Suspiria di Argento (in uno strepitoso Blue Ray che mi sono regalata, restaurato una volta tanto senza stupri dell’opera che consiglio perchè è un’orgia per occhi e orecchie), e la versione di Guadagnino.

La Femmina da che si ha memoria è sempre stata Strega: elemento caotico, lunare, disordinato, sfuggente e ambiguo opposto alla parte maschile ferma, luminosa, diritta, sicura e univoca. E’ dalla notte dei tempi che nascono certi modi di dire, certe superstizioni e convinzioni che sono ancora parte della mentalità comune e non sempre illuminate da un senso di differenza in quanto dialogo creativo, ma in quanto conflitto e circuizione per mezzo di strumenti oscuri (Le arti femminili, il fascino felino, la donna che strega gli uomini).

Vidi un film anni fa (tanto trascurabile che oggi devo consultare la rete per ricordarne il titolo): Il Grande e Potente Oz, in cui il celebre mago non era altri che un illusionista di strada vagamente paraculo che diventa eroe quasi a sua insaputa. Ora, a parte la regia di Raimi che si apprezza nella tesi del Cinema come il più grande e potente strumento di intrattenimento ed ispirazione di tutti i tempi (ma anche il più grande bluff), nella storia il protagonista illude con delle risibili promesse d’amore quella che diventerà (per il dolore dell’ineluttabile delusione) una delle Streghe cattive del Regno; mentre la sorella forse più furba di lei deciderà di metter in uso la parca mediocrità dell’uomo per risolvere i problemi del suo Governo in modo che definirei più incline al poco ortodosso che al nobile. Ovviamente alla fine del film il trucco funziona con la soddisfazione di tutti, tranne della strega cattiva.

E’ dunque questa la sorte che tocca a noi donne? Avvelenarci il sangue dopo infinite delusioni che ci trasformano nel corpo e nell’essere più profondo per renderci in grado di sopravvivere o fare i conti con il caos dell’universo (che non è femmina)  e sorvolarlo senza pudori di ricerca di verità o giustizia o aspettative?

Sembra che Luca Guadagnino opti per la prima risposta, quando nel suo Suspiria focalizza uno dei centri del film nelle correnti femministe degli anni ’70. La scuola di danza protagonista (l’edificio cela in realtà una congrega di streghe, non è un mistero per nessuno credo) sopravvive grazie agli sforzi di un’organizzazione femminile e piramidale: una comune organizzata, gerarchizzata, politicizzata che si autoalimenta in maniera perfettamente indipendente (Madame Blanc ha tenuto questa scuola aperta durante la guerra, mentre il Reich chiedeva a noi donne di essere solo degli uteri aperti). Non le serve il maschio per perpetuarsi infatti ma una Madre, e che per ottenere i suoi scopi dirige i suoi poteri verso ciò di cui ha necessità, senza interessarsi del fatto che ciò passa per un processo inevitabilmente doloroso e mortale. Non è forse questa la quintessenza del potere?

Il Maschio qui è trattato proprio come il compianto Sergio Leone trattava le donne (incazzatevi quanto volete se vi tocco Sergio, ma è così): è perculato, deriso, sbeffeggiato, strumentalizzato, violato, punito. Almeno Leone faceva delle donne un oggetto di piacere: qui gli uomini non servono più nemmeno a quello: la loro sessualità è apertamente derisa. “How was it?” -chiede Miss Blanc alla protagonista a seguito di una performance di danza- “It was like, like fucking!” “Like fucking…a man yuou mean?” “No (ride) it was more. It was like fucking an animal.”

Perfino la presenza maschile inoffensiva più positiva della vicenda, l’anziano psichiatra che aveva in cura una delle ballerine della scuola in preda a visioni di magie velenose e allucinanti, è giustiziato, umiliato e colpevolizzato per la sua pochezza di maschio. Figura romantica che vive nella Berlino ovest e che ha perso le tracce della moglie ebrea da quasi quarant’anni e ogni giorno visita il luogo del loro primo incontro, è trattato senza pietà da una capo della congrega. “Uomini! Hai avuto ANNI di tempo per fuggire e portare tua moglie al sicuro prima che iniziassero le retate, ed ora piangi. Ma che piangi? E alla nostra ragazza, che è venuta da te con LA VERITA’ cosa hai dato? Le hai dato subito della pazza maniaca, visionaria, PARANOICA!” Il passaggio più coraggioso e rivoluzionario del film, che non ha pietà per i vecchi, per i sentimentalismi e per la nostalgia (proprio come Hitchcock non ne aveva per i bambini) dove nulla è intoccabile e dove soprattutto il senso di una giustizia negata, sopraffatta, rivendicata non esiste più Esiste solo la sopravvivenza ad ogni costo.

Ha un senso cercare o sperare che la Vita sia Giusta con noi donne? o siamo destinate, come descrive alla perfezione la mia amica Rosanna a renderci conto di Aver stipulato contratti con qualcuno totalmente inadempiente? Il Karma, la Giustizia Divina, il Destino sono focolai produttori di streghe dunque? Talmente indurite dentro e fuori da trasformare il sangue in liquido nero e predare alla cieca?

Non necessariamente: si può nascere con una centratura che porta al di sopra della giustizia terrena, si può anche viaggiare con serio distacco da queste considerazioni. Mi sfugge ora se in fondo questa sia una scelta o la strada sia determinata dalla nostra natura, dall’indole. Quel che ho finalmente visto, però, oltre a due notevoli film molto sazianti, è che Raimi di coglionate totali non ne fa mai: lui le tre fasi della donna adulta e disillusa le aveva viste prima di me e del mio blog, quelle gran cretine con la cellulite e le loro nuove consapevolezze.

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