Vincent Price e il Dono di Saper Donare Gioia. Recensione di “Oscar Insanguinato”


Cinema / sabato, Novembre 25th, 2017

A volte la vita mi sorprende. Non parlo dei massimi sistemi, delle notizie gravi: parlo delle cose piccole (quel quarto d’ora che dura la vita, sta nelle cose piccole e in come decidiamo di approcciarle, credetemi).

Era  stata una giornata –mi si conceda- sinceramente di merda: i miei problemi di salute cronici si erano rinvigoriti e avevano trascinato con sè altre questioni di gestione quotidiana nella merda sopracitata. Che fare in un giorno così, in cui vorresti solo nasconderti? Ti affidi alla Bellezza: ma non alla Grande Bellezza. Ti affidi a quella tenera e simpatica che ti scalda il cuore. Metti su un dvd a caso in cui reciti Vincent Price e sai che ti farà bene. Aveva qualcosa di magico quell’uomo, qualcosa che lo ha reso il mito immortale che è rimasto: quella fisicità longilinea e imponente che lui sfruttava sapientemente passando dall’eleganza alla goffaggine, quella mimica facciale inconfondibile con cui –marcatamente- sottolineava qualsiasi emozione dovesse esprimere nella parte (ammiccando allo stesso tempo allo spettatore. Non chiedetemi come ma lui era costantemente in dialogo con lo spettatore, senza mai aver bisogno di guardare in camera). L’incredibile senso dell’umorismo, dell’autoironia e il puro divertimento che traspare in ogni millesimo di movimento che compie, la sua voce inconfondibile e un pò chioccia, di cui lui faceva un uso cmolto consapevole in bilico tra il pomposo, il pauroso ed il teatrale (che non può essere mai preso troppo sul serio). La sua innata grazia.

Insomma mi capita, del tutto per caso, di guardare Oscar Insanguinato (in originale Theatre of Blood, di Douglas Hickox UK 1973) comprato giorni prima a due lire su consiglio di un amico. Uno di quei film che avevo nella mia lunghissima lista dei da vedere da decenni (lista in cui ogni cinefilo che legge si riconoscerà).

Signori: ho assistito ad un capolavoro: sono quei regali che la vita ti fa ogni tot anni: girovaghi per la città, ti salta l’appuntamento dal dentista e decidi di infilarti al cinema a vedere la prima cosa che proiettano. Ed è un capolavoro. Peschi un dvd da una pila di cose da leggere/vedere/consultare, lo infili nel lettore (senza sapere assolutamente nulla della trama, regista, genere) ed è un regalo del cielo. (NDA Condicio sine qua non per fruire di questi doni del destino: andare al cinema senza aver letto assolutamente niente riguardo al film che state per vedere: trama, critiche, finale, cast.)

Mi addentro nelle mie argomentazioni e considerazioni (per quei pochi che non lo conoscono) anche perchè il rete ho trovato un nutrito numero di recensioni scritte da penne ben più esperte della mia, ma non adeguatamente appassionate allo splendore che ho visto. Vincent Price va trattato con passione sguaiata ed esibita senza mezze misure.

Il film è difficilmente classificabile in un genere (sono i migliori): è una deliziosa e attualissima satira al mondo arrogante ed autoreferenziale della critica cinematografica (qui teatrale – ma il concetto è identico); un inno agli eterni secondi: quelle meravigliose, tenere creature prive di talento che però ci credono, ci mettono l’anima e si innamorano del proprio mediocre risultato; un’antologia di opere e testi shakespeariani (che in una commedia horror di puro intrattenimento non è poco), una roaring rampage of revenge, un horror grottesco, un esemplare perfetto di humor nero inglese, un trionfo di soluzioni registiche, colori, costumi, coreografie e scenografie squisitamente teatrali realizzate con mezzi modesti. Un’orgia per i sensi.

Il plot praticamente non esiste: l’attore cane Lionheart (Price mattatore assoluto) si vendica con feroce organizzazione dei critici teatrali che lo hanno sistematicamente stroncato negli anni e gli hanno negato un prestigioso premio teatrale a cui lui teneva da morire. Con l’aiuto della figlia (una perfetta Diana Rigg, febbricitante tanto quanto il protagonista) e una corte dei miracoli di senzatetto e alcolisti che ha raccattato lungo la sua strada, il nostro eroe si fa credere morto per poi rapire in incognito una ad una le sue designate vittime e giustiziarle inscenando per ognuno uno sfrenato delitto ispirato alle uccisioni che vi sono in alcune tragedie di William Shakespeare e da lui recitate.

Il nostro amato, si esibisce in un numero di accenti, costumi, trucchi che sembrano non finire mai (illuminato ed inquadrato magistralmente tanto da accentuare l’effetto grottesco), sentenzia le sue vittime citando pomposamente il Bardo e le macella nei modi più fantasiosi in una festa per gi occhi che non si pone limiti nè senso della misura: cito da Wikipedia

– Giulio Cesare, con l’accoltellamento della prima vittima da parte di un gruppo di barboni;
– Troilo e Cressida con lo scempio di un corpo trascinato da cavalli come Ettore ucciso da Achille;
– Cimbelino, con una singolare decapitazione sul letto da un’équipe chirurgica;
– Il mercante di Venezia in un improvvisato teatro, viene squarciato il petto e gli viene prelevata la celebre “libbra di carne”;
– Riccardo III con l’annegamento in una botte di vino in un’enoteca, come Clarence;
– Otello dove un uomo viene convinto di un inesistente tradimento coniugale arrivando ad uccidere sua moglie, subendo l’inevitabile condanna all’ergastolo;
– Enrico VI dove il rogo di Giovanna D’Arco ha luogo su un’improvvisata sedia elettrica in un salone di parrucchiere;
– Tito Andronico dove ad un goloso critico viene servito a sua insaputa un pasticcio cucinato con i suoi cani, che – come egli dice – ama come se fossero suoi figli, per quindi esser costretto ad ingurgitarlo fino alla morte per soffocamento.
Il coprotagonista, il critico Devlin, viene risparmiato in uno scontro con Lionheart armato di fioretto con lama tagliente, esattamente come tra Tibaldo e Mercuzio in Romeo e Giulietta, ma nel finale sta per subire il martirio del Re Lear per accecamento. Tuttavia, una volta salvatosi e morto Lionheart, Devlin deve riconosce all’altro l’abilità nell’ “uscire di scena”.

In questo film ho rivisto molto de Il Senso della Vita dei Monty Python, dei nonsense del genio assoluto di Marty Feldman ne Il fratello più furbo di Sherlock Holmes, persino degli ingenui scketch maldestramente recitati dai Beatles in Tutti per Uno di Richard Lester e le figure caricaturali dei poliziotti.

Dire che il film è stato cucito addosso al mitico Price è vero in parte: certo lui ci delizia con le sue finezze, le sue esagerazioni, si esibisce in ogni foggia possibile immaginabile (dal Mercante di Venezia al parrucchiere con tanto di afro anni ’70, al chirurgo, allo chef francese) cesella con folle dolcezza la tragedia del mediocre che è ormai vecchio e superato nello stile, la pomposità, linterpretazione, ma non vuole accettarlo. Ma il film è frutto di una sapiente lavorazione, come ho detto prima, sia per quanto riguarda la messa in scena – ricchissima ed evidentemente economica – che per quanto riguarda la satira che porta con sè. La redazione dei critici teatrali è descritta come un’elite di egoriferiti, arricchiti, arroganti e sostanzialmente inutili (What do you know of the tears and sweat we put into out work? Non sai fare niente eppure critichi! E’ il lamento sul finale del nostro eroe, dialogo che si trova quasi pari nel recentissimo Birdman – 2014 Alejandro González Iñárritu-). Lo spettatore cinefilo conosce questa casta molto bene, e di media la detesta per la supponenza e la dotta inutilità esibita che rappresenta, ma anche chi non conosce l’ambiente viene messo nella posizione di detestare questo stralcio di mondo che viene così viziosamente descritto, e quindi di godere grassamente ad ogni efferato assassinio.

Poche volte in vita mia mi sono divertita così grassamente con un’opera così intelligente. Ti amo, Vincent Price, ovunque tu sia: ti voglio bene come fossi mio zio e metterò su un tuo dvd ogni volta che la vita mi fa piangere, perché tu hai una virtù che ti rende immortale: doni gioia.

Recensione apparsa su Nocturno http://www.nocturno.it/movie/oscar-insanguinato/