Come Affrontare la Vita, tra il Metodo Orietta Berti e l’Irresistibile Tiro di mia Nonna Maria


Cose Importanti della Vita / martedì, Luglio 25th, 2017

Credo che Amici Miei sia uno dei film più visti e citati di sempre in Italia: “la supercazzola” del Mascetti, “le sottocoppe di peltro”, “culo alto, ci fo un salto”. Per i pochissimi che non lo sapessero, girato dal Maestro Monicelli nel ’75, raccontava la storia di un gruppo di amici di mezza età inseparabili, che affrontano le difficoltà della vita come fossero uno scherzo e senza mai prendersi troppe responsabilità. Era e resta esilarante, ma tocca delle corde di malinconia che ne fanno un grande film.

Uno degli scanzonati protagonisti (che è anche la voce narrante) nella vicenda ha un figlio adulto impettito e maniaco della precisione, mai sorridente, con cui -inevitabilmente- ha un pessimo rapporto (i due uomini infatti non potrebbero essere più distanti). All’ennesimo rimprovero al padre a mettere una buona volta la testa a posto (“Ma quando cresci, papà!”), il nostro resta un momento sospeso, e riflette:

“Io restai a chiedermi se l’imbecille ero io, che la vita la pigliavo tutta come un gioco, o se invece era lui che la pigliava come una condanna ai lavori forzati; o se lo eravamo tutti e due.”

Il mio amico fraterno Roberto, mi dice spesso qualcosa che ci va molto vicino: “Noi siamo gente seria, NON seriosa”. Capita quando nella vita si è portati a soffrire, per cause endogene o esterne di trovarsi di fronte a sto bivio terrificante: Come devo prendere le tegole che la vita mi tira tra capo e collo? Bella domanda.

La mia bisnonna Nina mi dicono fosse usa dire che “Se ognuno di noi porta la propria croce in piazza e la lascia lì, per prenderne una più leggera di qualcun altro, stai pur sicuro che alla sera ognuno torna a casa con la sua.” Io  non lo credo: sono una buona ascoltatrice -credo- e comunque una persona che ispira fiducia alla gente, quindi raccolgo un sacco di sfoghi e di confidenze (che custodisco). Oppure le persone hanno semplicemente un tale bisogno di sfogarsi e nessuno con cui farlo, che apre il vaso di Pandora non appena incappa in qualcuno che presta loro una vaga attenzione. Ripeto, per chi fosse incappato in questo blog per la prima volta, che soffro di un disturbo della personalità, il quale mi rende eccessivamente emotiva ed empatica. So molto bene cosa significhi stare male, essere tormentati, soffrire, piangere, sopportare l’insopportabile, e lo sento molto forte quando lo provano gli altri. Quando si è abituati a sopportare il dolore, si diventa come quelle scodelle che ti ritrovi in cucina dagli anni ’70, che magari erano nella lista nozze dei tuoi: incollate col Bostik un migliaio di volte, bruttine, passate di moda ma -chissà come mai- quelle che si usano ogni giorno ad ogni pasto. Perché sono indistruttibili, sono delle sopravvissute.

Qui tocca citare per forza di cose Il Danno del ’92 di Louis Malle:Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere…”. Non sono mai sicura che gli altri, i normali, sappiano sopravvivere. Non sono abituati. Quando mi piangono davanti non lo so mica se possono permetterselo, e ad ogni modo non voglio che nessuno mai debba esperire quanto ho esperito io nella mia vita di depressa schizoide. Sì: ognuno ha i suoi problemi, ma qualcuno parte veramente svantaggiato o sprovvisto di strumenti per affrontare le difficoltà rispetto ad altri.

Mia nonna Maria, mancata quando avevo 12 anni di una leucemia che se la mangiò in un paio di mesi, era una di quelle abituate. Non soffriva di disturbi mentali (ho preso moltissimo da lei, ma non questo); psicologicamente era molto forte (anche troppo): era il suo fisico che la boicottava. Stava male. Sempre. Soffriva di qualsiasi cosa: gastrite, colite cronica, artrosi dolorosa, allergie a qualsiasi cosa (anche un campo d’erba appena rasato era un problema per lei) fino a quella puttana di malattia. Ma mia nonna era una iena. Se mio nonno la faceva incazzare, lei si prendeva le attenzioni che le erano mancate a modo suo: pigliava e spendeva una fortuna in vestiti ed accessori. Belli, eleganti. Alcuni li indosso ancora io oggi. Ma lei sì che li sapeva portare: aveva un portamento altero, elegante ed assertivo (anche se non era proprio esempio di finezza quando apriva la bocca e tagliava giudizi addosso alla gente). Eccola qui, che mi tiene in braccio come fossi un trofeo:

Passeggiava tutti i giorni con la sua cagnolina (Bijou, con cui sono nata) su e giù per il corso principale di Gorizia, e tutti la conoscevano e le portavano rispetto. “Pancia in dentro e petto in fuori! Cammina sempre a testa alta, Marta!”. Era anche una che se vedeva un gattino o un cane in difficoltà per strada, si inginocchiava, lo raccoglieva e se lo metteva in grembo per portalo a casa e curarlo, noncurante della costosissima camicetta di seta che magari indossava, fregandosene di sporcarla tutta di fango. Era anche una con cui potevi ridere fino alle lacrime, col suo umorismo grasso, un po’ cinico e sempre politicamente scorretto. Una cosa non me la scorderò mai, mai finché vivo: quando stava male di salute (ed era spesso) cucinava comunque il pranzo, puliva la casa e portava fuori la cagnolina a fare i suoi bisogni. Io spesso stavo da lei dopo la scuola (il nonno lavorava sempre) oppure con gli altri nonni. Guardavamo un po’ di telenovelas venezuelane mentre io facevo i miei compiti, e poi lei si alzava, si vestiva e mi diceva in dialetto :

“Marta. prontite che andemo fora!”

“Ma non stavi poco bene, nonna?”

“Se sto mal per pulir la casa, posso anche andar fora a fare una passeggiata e a bermi il caffè in centro! E ricordite, Marta: mai uscir de casa in disordine. Mai!”

E così ho imparato, e così mi comporto, ancora oggi che ho trentasette anni: se sto male (ed è spesso, anche se il mio male è un male diverso) lavoro, mi prendo cura dei miei gatti, della casa, mi lavo, mi vesto e mi ingioiello (per un depresso, credetemi: è un grande sforzo). Quindi esco di casa. Vedo gli amici, l’altra mia nonna, visito qualche mostra o vado a spulciare la bottega di un rigattiere. Quando torno a casa, sto sempre uguale, ma almeno alla fine della giornata avrò anche fatto un sacco di cose fighe.

Un altro caposaldo dei segreti della vita, un guru assoluto e illuminato che ha trovato la verità, è l’immensa Orietta Berti. Chiaramente di lei non conosco la vita privata e le difficoltà con cui convive ogni giorno, ma so che è una che chi l’ammazza non è ancora nato. Orietta ha alle spalle una splendida carriera ottenuta grazie alla sua grande voce, ed è spesso oggetto di articoli sui giornali o ospite in televisione per la sua naturale gradevolezza. Credo seriamente sia un essere umano superiore. Quella donna ha capito qualcosa della vita che ai più sfugge. Con la sua calma olimpionica ospita giornaliste in casa e illustra loro con orgoglio la sua kitschissima collezione di acquasantiere, di puffi e di bambole di porcellana (che tiene sul letto). E’ una creatura dotata di estrema consapevolezza, che con disinvoltura ti racconta che, a settant’anni, detiene una vasta selezione di lingerie sexy che indossa esclusivamente quando si fa la pedicure, perché l’operazione di per sé non è molto sensuale, e se suo marito dovesse inavvertitamente sorprenderla in questa attività, non perderebbe di femminilità nemmeno in questa circostanza.

Un altro fatto che cita spesso candidamente, è di aver incontrato il Dalai Lama, il quale ha notato che

“C’è come un’aura luminosa intorno alla tua testa, cara Orietta!”

“Ah, quello? Sono le meches!”

 

Non tutti siamo graziati da  uno spirito del genere, di natura. Ma forse possiamo imparare. Forse, quando qualcosa di brutto ci succede, invece di disperarci potremmo pensare che c’è un’acquasantiera, nella bottega di qualche rigattiere, che manca alla nostra collezione. Forse non siamo degli imbecilli se prendiamo ogni tanto la vita come un gioco.

Pancia in dentro, petto in fuori. O almeno, io mi auguro un giorno di diventare esattamente così, con un’aura luminosa intorno alla testa: e saranno le meches.