Dura tutto un Niente, e Allora in Quel “Niente” Sentiti un Dio. Anzi sentiti il Dio di Tutti gli Dei.


Cose Importanti della Vita / domenica, Ottobre 21st, 2018

Un anno fa scrivevo sul mio diario di Facebook un sibillino Dura tutto un niente. Non sono usa a pubblicare dettagli troppo intimi ma oggi un anno fa è stata una giornata che ha messo a dura prova anche la mia riservatezza sui Social.

Un anno fa è mancata mia cugina (cugina di mia madre in realtà), poco più che cinquantenne, dopo che una specie di strana leucemia l’aveva tormentata per due anni (durante i quali nessun medico si era sentito i prendere di polso la situazione in mano e intervenire con cure più energiche prima che il suo corpo e il suo animo si sfibrassero del tutto). Era dura tenere un contatto con lei: come molte persone che affrontano la vita e le sue montagne russe da sole, si isolava quando era scarica; come fanno i gatti che si mettono quieti in un angolo finché non gli passa il malanno che hanno. Il giorno prima mi aveva mandato un video divertente su wazzup ed io avevo colto questa voglia di comunicare e le avevo risposto mandandole l’indirizzo di questo mio piccolo blog. “Lo sai che ho un blog, cugina? Mi piacerebbe molto sapere la tua opinione sui miei scritti.” “Domani” ha risposto lei “Oggi sono già esausta, ma mi fa piacere sapere che scrivi.”

La mattina dopo alle quattro mia madre era già sulla via di un aereo per Tunisi per un viaggio di lavoro quando è successo. Intorno alle nove mi ha chiamato e me lo ha comunicato. E’ dovuta partire con questa notizia sopra i bagagli che portava. Non era inaspettato, ma quando succede è sempre una botta: si aspetta, si aspetta, si spera, poi non si spera più, poi c’è l’immancabile ripresa che precede la fine. Quando poi succede è una sberla in pieno viso.

Ero sola a casa, cosa potevo fare? Sbattevo la testa tra queste quattro mura e allora ho preso il telefono per cercare conforto nel mio compagno di allora (che abitava a Milano, a quattrocento chilometri distante da me).

“Ciao, scusa l’ora sarai in ufficio.”

“Dimmi”

“Mia cugina. Alla fine è successo: è mancata.”

“Mi dispiace”

“Mi girano i coglioni. Mi girano e basta. L’anno scorso erano qua a capodanno con mia madre, assieme, pareva meglio, e oggi è morta dopo due anni di strascico intollerabile. Ma che è? Ma che mi rappresenta? Ma che senso contorto ha???    Vorrei che fossi qui con me e che potessimo spendere il pomeriggio ad andare in giro a cercare la casa nuova assieme. (sospiro perché purtroppo così non è)”

“Ehm, sì mi sento in colpa a dirtelo proprio oggi che tua cugina, insomma…”

“Che colpa?”

“Eh…non so se voglio continuare. Non so se sono più innamorato di te.”

“in che senso non lo sai?

(Si altera) “Eh non lo so, che vuoi da me? Più che dirti la verità non so che fare!”

A quarant’anni dopo tre di relazione non sai se sei innamorato??? A parte il fatto che dire la verità non è sempre sta gran virtù: io non me ne vanterei.”

(Ormai incazzato) “Se è per questo anche a sessanta. Quindi ho bisogno di tempo per decidere se ti amo ancora o no e in questo tempo non dobbiamo sentirci.”

E meno male che cercavo un posto sicuro in cui rifugiarmi.

A bocce ferme e un anno dopo mi do della scema ad aver cercato sicurezze in quel porto (dovevo essere in uno stato di ubriachezza durante gli interi tre anni di relazione per pensarlo) ma sta di fatto che quel giorno ho preso una coltellata alla schiena proprio da chi doveva darmi conforto, ed ero di nuovo, dall’altra parte, faccia a faccia con l’ineluttabile.

Non negherò qui né altrove che non mi sono ancora ripresa: il mio corpo aspettava questo anniversario con crescente ansia, per dire “Sì: è passato un anno da quando mia cugina è mancata in quel modo assurdo e il mio “Amore” mi ha liquidata di fretta perché teneva già in caldo la mia sostituta e non aveva certo tempo di rispettare un giorno di lutto: l’immondizia in casa puzza. Meglio liberarsene per far spazio a cose nuove, no? E allora voglio ricordare in questo triste anniversario un’altra cosa senza senso che mi è capitata tanti anni fa: ma questa è molto diversa.

Avevo una nonna a cui ero attaccatissima, la mia nonna Maria, e da cui ho preso molto nell’aspetto e nella personalità. Di fatto la penso tutti i giorni perché mi manca sempre. Mi insegnava le cose, lei: mi ha insegnato l’amore e il rispetto per gli animali (era una gattara), mi ha fatto aprire il mio porcellino per estrarne le cinquemila lire che servivano a tesserarsi all’Associazione Animali locale un giorno che avrò avuto sei o sette anni. Mi ha fatta preparare per uscire, prendere i soldini, mi ha portata là e ha lasciato che io dessi i miei dati e i miei soldini e ricevessi la mia tesserina. Un evento fondamentale della mia infanzia.

“Come faccio ad aiutare?” le ho chiesto un giorno

E lei che aveva le idee più estroverse che abbia mai visto in qualcuno, mi ha risposto: “Perché non facciamo un’asta dei tuoi disegni (non facevo altro che disegnare la mia cagnolina Bijou. Dappertutto. C’erano miei disegni pure tra i pacchi di pasta in cucina)

E così abbiamo fatto: lei ha telefonato a tutte le sue amiche e abbiamo chiamato i parenti, io ho appeso i miei disegni sui muri di tutta la casa e ho creato appositamente un’insegna da appendere al portone di casa che (con molta modestia) recitava Mostra di capolavori di Marta. (Sai mai che attiravo qualche passante). La nonna ha preparato te e biscottini e le sue amiche venivano si esprimevano in grandi “Ma che beeeeeeeeel!” e dovevano sganciare almeno cinque mila lire a disegno. (come potete vedere da artista coglievo l’anima del soggetto)

Centonovemilalire ho tirato su quel giorno. Ero orgogliosissima. Certo avevo messo in vendita dei pezzi a cui tenevo eh, e avevo lavorato sodo apposta per l’evento i giorni precedenti, effigiando le scene principali della Silly Symphony Pluto e la Foca (in stile astratto si capisce) che però erano andata come il pane.

“E adesso cosa si fa?”

“Adesso il nonno ci accompagna al negozio e vedrai”

Quella mattina abbiamo speso centonovemilalire in mangiare per gatti e cani, li abbiamo caricati nel Renault del nonno (nell’87 erano soldini eh) e ci siamo diretti al gattile locale. Mentre il nonno scaricava i cartoni nel cortile (assecondava sempre tutto quello che poteva farmi contenta) la responsabile dell’associazione si è accorta del trambusto ed è uscita dal suo ufficio.

Chi ga portà tutto sto ben de Dio?” (credo non serva tradurre)

“La Marta” serafica la nonna mentre le raccontava della Mostra di capolavori

La signora era stupefatta: per il gesto, per la quantità (davvero notevole di roba) e per l’aneddoto. Ci ha fatto fare un giro del posto e visitare la struttura con tutti i suoi ospiti. Quel giorno era appena arrivata una giovane gattina che era caduta nella pece, in qualche luogo dove facevano lavori stradali e i volontari con pazienza infinita la ripulivano.

“Ma poverina!” ho esclamato

“Non ha ancora un nome: come hai detto che ti chiami?”

“Marta”

“Ecco: Marta! Con questo nome vedrai che si riprende del tutto!”

E siamo tornati a casa sul Renault del nonno, io e la Bijou sedute dietro (sempre assieme) ed io mi sentivo un Dio, anzi mi sentivo il Dio di tutti gli Dei: mi sentivo Zeus, cazzo! Ero onnipotente.

Grazie nonna: so cosa fare per superare questo triste anniversario.

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