Il mio Enorme Tallone d’Achille per le Cose Belle, ed il Giorno in cui ho Fatto la Conoscenza di Michela


Cose Importanti della Vita / giovedì, Dicembre 28th, 2017

L’ho ereditato dalla nonna paterna. Lei non resisteva. Proprio non ce la faceva. Ma non ci provava neanche, eh: quando il nonno la faceva arrabbiare per qualcosa aveva la scusa perfetta per vendicarsi e allora erano danni. Andava in qualche negozio della vecchia Gorizia (vi parlo di trentacinque anni fa) e si comprava qualche capo di abbigliamento che aveva puntato tempo prima e che aveva recitato la commedia di non potersi permettere. In realtà lei stava là ed aspettava la sua occasione, che il nonno le forniva immancabilmente (uomini!). Ed è così che io mi ritrovo oggi capi di abbigliamento, cappotti, loden, mantelle (sì: siamo a Gorizia, vecchia Austria) che indosso ancora grazie ad una somiglianza strutturale al fisico della nonna.

Magari la somiglianza fosse solo fisica: le cose belle piacciono anche a me, mannaggia mia; ed è la mia maledizione, perché le cose belle di solito costano (anche se non è sempre vero) il che fa di me una donna povera ma felice.

Colleziono di tutto: collane, orecchini. spille, soprammobili, quadri, vecchie fotografie, materiale da cartoleria (di cui mi fa impazzire il profumo), quaderni, accessori, teiere. E poi il mio debole: i libri e i dischi in vinile. Se un oggetto mi parla, deve venire a casa con me: gli troverò un posto, un significato ed un uso (che non deve necessariamente coincidere con lo scopo per cui è stato prodotto). Indosso anelli regali della mamma quando avevo 5 anni (ne ho uno col Grande Puffo), acconcio a spille vecchie passamanerie recuperate (di solito dal mio amico Andrea) in qualche mercatino, Promuovo a mia nuova collana qualche metro da sarta che recupero sul fondo di qualche cassettiera di mia madre. Poi ho i miei portafortuna, gli oggetti che devono assolvere il compito di stare lì a guardarmi ed ammonirmi se non faccio quello che devo, quelli che mi danno tranquillità, un miliardo di lampade attorno al comodino e scrivania e poi il doloroso capitolo dei libri che ormai non so più dove mettere. E’ una vera e propria forma di paganesimo.

E’ con questa premessa che capirete il grado di pericolosità di mettere nella stessa stanza un carattere come il mio e uno come quello di Michela. Il Mastro di Chiavi e il Guardia di Porte che, messi a contatto, nel film The Ghostbusters, aprivano un varco su un altro universo.

Vi racconto come ho fatto la conoscenza di Michela ormai cinque anni fa.

Era estate, ed il mio sopracitato amico Andrea mi propone di andare a una sagra da qualche parte in Friuli. Accetto senza manco sentire i dettagli. “però prima dobbiamo passare per casa di Giulio a prenderlo. E’ da sua sorella che la aiuta a fare un lavoro. Mi pare che faccia bracciali lei, ma non so di più.” “Ok.”

Passiamo a prendere Giulio e arriviamo a questa bellissima casa (come solo in friuli ce ne sono) che aveva un laboratorio al piano di sotto e l’abitazione vera e propria al piano di sopra. Ma non avevo dato che una rapida occhiata da fuori: volevo solo recuperare Giulio, arrivare in sagra e bere una bella birra fresca. Entriamo a prenderlo e così, senza che me lo aspettassi minimamente, mi apre la porta sua sorella e “Prego, prego, entrate” mi ritrovo nella bottega di Geppetto. Fine. Sagra? che sagra? Birra? Giulio? Chi è?

Immaginatevi un ambiente raccolto, con un misto di mobili di famiglia  recuperati e curati da mani esperte, uno spazio moderno ma cosparso di oggetti sapientemente disposti a creare richiami, un’atmosfera ed un senso che era già chiaro senza che nessuno lo spiegasse. “Mia sorella ha un ricamificio” mi spiega Giulio. “Il laboratorio è di là. Per ora facciamo bracciali ma lei ha molte altre idee.” Io avevo la bocca aperta. Noto che il simbolo che hanno scelto per l’azienda è un bellissimo uccellino, e che a terra, perfettamente inserito tra le piastrelle, ce n’è una riproduzione fatta con la tecnica del mosaico in pietra. “Sì, lo ha fatto mio papà, quello.” Come fosse niente. (Vi metto a conoscenza del fatto che Giulio ha un gemello ed entrambi sono musicisti, il papà a quanto pare crea mosaici come io metto su una moca la mattina, e la sorella scopro ora avere un ricamificio: tutti artisti).

E in mezzo a tutto ciò, finalmente noto Michela. Mi viene da sorridere: Giulio è un marcantonio alto due metri e sua sorella è una donna minuta, altrettanto piacevole di aspetto ma allo stesso tempo differente, con questi occhietti furbi e luminosi, i capelli che le formavano una frangetta sbarazzina sul viso, si aggirava per la stanza con la flemma di chi sta avendo un’idea che le passa per la testa e che vuole mettere in pratica prima che le sfugga, ma allo stesso tempo vuole finire di dirti quello che ha iniziato e nel mentre cerca la chiusa per un orecchino da qualche parte. Calma. Si muoveva con tutta la calma del mondo. Era su un altro pianeta, come sono spesso gli artisti. Noto una serie di mobili di legno a cassettini. Giulio li apre e ne estrae l’impossibile: ricami da indossare di ogni forma e colore. Michela si avvicina: “Questo lo ha disegnato mio figlio piccolo, mentre questo è una rivisitazione stilizzata del rosone della chiesa del paese qui vicino. Questo invece l’ho fatto cercando di riprodurre un vecchio fazzoletto che mia nonna metteva la domenica per andare in chiesa. Abbiamo cose belle qui da noi: non ci serve andare in giro a cercarne di altre. Anche i materiali vengono da qui intorno. Tutto a chilometro Zero.” Colpo di fulmine.

I ragazzi cercavano di trascinarmi alla sagra ma io non li sentivo nemmeno ” E lasciatemi qui, no?” “Sì, ma mia sorella deve anche andare a cena. Ah, giusto. La decenza. In queste circostanze la lascio in tasca.” Almeno un bracciale lo voglio portare con me. Ne scelgo uno tigrato come il mio gatto preferito, e con la chiusura a forma di testolina di tigre. “Portano fortuna.” Mi dice Michela “E sono indistruttibili.”

Come vorrei essere io.

Siamo andati alla sagra quella sera, ma io avevo gli occhi fissi sul mio bracciale e la testa immersa in quel posto incantato in cui ero appena stata, come il mondo di Narnia, a cui arrivi mettendo piede in un armadio.

Michela da allora è diventata mia amica, senza bisogno di troppe spiegazioni ci siamo in qualche modo comprese ed abbiamo creato un legame forte anche prima di conoscere le reciproche storie. Lei è una donna che si esprime creando cose meravigliose, ed io sono una donna che si esprime con la scrittura. In qualche strano ma bellissimo modo, le sue creazioni mi spiegano più concetti ed emozioni delle cose scritte e spiegate, e le mie parole scritte raggiungono lei più dei colori di un gioiello. E’ così che abbiamo imparato a comunicare, ed è così che ci siamo comprese reciprocamente: tramite quello che amiamo fare, e da quella volta, da quella mitica volta, siamo sempre rimaste in contatto.

Indosso ancora e sempre quel primo bracciale, che ha avuto una storia sua, come ogni oggetto magico che si rispetti ha. Ma questa è un’altra storia.

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