Il Paradossale Mondo del Lavoro da Casa e la mia Avventura con il Camionista Ucraino


Cose Importanti della Vita / mercoledì, Settembre 27th, 2017

Disclaimer:

Cari amici, tutto ciò che scrivo parte da una base di verità, ma ogni tanto il mio witz melodrammatico e teatrale prende il sopravvento ed io condisco un po’ i fatti. Non prendete alla lettera ogni parola che scrivo. Rilassatevi e cazzeggiate 10 minuti con me. Come se fossimo al caffè sotto casa. Non mi ricordo chi disse una volta: Mai sprecare una buona battuta in nome della verità. Ecco.

Allora, da quando ho avuto la mia diagnosi di Borderline (tratti, sì lo so. Scusate ma il mio psichiatra mi legge) i problemi non sono spariti come avessi avuto la bacchetta magica, m molte cose si son messe in quadro. (Questa espressione l’ho appena inventata: non me ne frega niente di come si scrive bene, lo lascio fare a chi sa scrivere. Io mi trovo bene a disegnare i concetti con le parole, e non rompetemi l’anima che sono anche mentalmente instabile e vi vengo a cercare a casa). Ho trovato l’amormio, ho stretto amicizie sempre più sacre con molte persone che amo, ho migliorato i rapporti con i miei familiari (ad una certa si cresce eh), ed ho trovato il lavoro che fa per me. Curioso, vero? Metti a terra il primo mattone giusto e gli altri vengono su solidi e dritti.

Dicevo: il lavoro. E’ stato un tormento per lunghi anni: contratti schiavisti, il merdoso e umiliante mondo dei vouchers, ambienti di lavoro con colleghi che riempiono la stanza di una cattiveria che si taglia col coltello (so che ognuno di voi almeno una volta nella vita lo ha provato, e sa quanto sia terribile). Gente piccola, che non ha altro che le sue otto ore al giorno da impiegata e le svolge senza entusiasmo o costruttività, senza interesse. Ingrigita, frustrata. E tu lì a pregare che ti tengano perché non c’è lavoro santiddio! E il mal di stomaco e le crisi di ansia ogni volta che stai per timbrare. Ma bisogna prostrarsi e sopportare ogni piccola umiliazione perché i tempi vogliono questo e non si ha diritto a volere altro per sé. Sicurezza, una casa, una famiglia, un futuro; ma anche semplicemente la dignità dei tuoi diritti. Ritirare quei cazzo di vouchers ogni mese ti fa qualcosa dentro. Ti lavora dentro. Ogni mese ce li hai in mano, li porti in tabacchino a cambiare (!!!) li guardi e pensi che una volta (non molto tempo fa) avevi un contratto e che adesso preghi per due ore di lavoro qua e là e non vedi speranza di miglioramento all’orizzonte.

“Perché invece di lamentarti non ti trasferisci all’estero, tu che conosci le lingue?” Ecco la coglionata quotidiana che ti senti dire (tutto a partire dal fatto che anni fa a lavorare all’estero ci sono andata veramente, quando ho vissuto in UK per due anni). Di solito a dirla è qualcuno che è precario peggio di te e non ha mai mosso il culo dal divano di casa, oppure qualcuno che ha avuto il culo di entrare in una ditta che non è fallita e non sa nemmeno cosa voglia dire scriversi un curriculum. Di solito sono quelli lì che amano impartire lezioni di vita.

Ma perché cazzo devo andare all’estero, ora che ho recuperato la mia famiglia, ora che ho un amormio. Perché cazzo devo sbattermi nello stress di una grande città quando sono psicologicamente delicata e di indole amo la mia terra con il suo verde, il collio, il mio dialetto, le mie tradizioni, essere a portata di una passeggiata di dieci minuti da tutti i miei parenti e dal Parco Basaglia (dove mi conoscono tutti e posso andare a chiedere aiuto ogni qualvolta sto male). Le mie feste le ho fatte, le mie bevute anche: amo viaggiare, visitare, conoscere, incontrare: ma questa è casa mia. Perché devo andare in esilio? Perché???

Mi rifiuto di accettare bovinamente l’ineluttabile. Soprattutto quando ineluttabile non è. E mi sono messa a cercare, e pensare, e provare, chiamare, scrivere in giro, chiedere. E l’amormio mi ha molto aiutato “Pretendi da te stessa di costruirti una professione. Non ti accontentare che non sei tipo.” E dio sa se aveva ragione.

Inevitabilmente un giorno l’illuminazione è arrivata: il futuro è nel Marketing Digitale. Ho una laurea in Cinema muto, esperienza nell’editoria: chi ne capisce niente di Marketing? Chi non risica non rosica! Tiriamoci su le maniche e buttiamoci. Ve la faccio breve che mi sto dilungando (ma stavamo bevendo il caffè al bar, no?). Trovo una scuola a Milano (è la patria del marketing) che mi permette di seguire le lezioni online e di fare un praticantato. Studio la cosa da mille punti vista, la analizzo alla nausea e alla fine decido che è una scelta buona. Studio il mercato, scrivo a tutti, chiedo informazioni OVUNQUE. Alla fine scelgo la scuola milanese Digital Coach: e la scelgo perché strutturata per portarti per mano anche dal punto di vista del managment di te stesso.

Mi iscrivo e seguo sei mesi di lezioni, a periodi stordita dai calmanti, a periodi addormentandomi davanti al pc per i troppi sedativi, tra una crisi e l’altra. Non ci capisco niente. Queste persone affrontano una materia a me sconosciuta con un linguaggio che non mi è familiare (dov’è il cinema espressionista tedesco ora?!?!?! Ma perché non parlate di quello???). Ma non mollo. Prendo e butto via tutti gli appunti presi fino a quel momento e ricomincio tutto d’accapo. Ci capisco di più. Arriva il giorno dell’esame. Decido che mi butto e lo affronto. Lo passo! Siccome non riesco a crederci telefono venti volte alla scuola che mi ripete che “Sì, lo hai passato”. Chiamo mia nonna urlando. Inizio il praticantato. L’esperienza dei docenti mi assegna all’area dei Social Media (ti piace comunicare, sai scrivere, hai un occhio per le immagini). Mi collego ogni martedì per fare il mio lavoro con la scuola (in alcuni episodi chiedo allo psichiatra di firmarmi le dimissioni dal ricovero perché non me lo posso perdere). Piango sulla scrivania lontano dalla webcam. Non ce la farò mai.

E poi un giorno. E poi un giorno qualcosa nel mio cervello clicca e inizio ad essere complice della materia. Mi piace. Mi diverto. Stimola la mia creatività. Inizio a fare pratica sulle mie attività, a lavorare per gli amici, continuo a rinnovare la richiesta di prolungare il praticantato con la scuola e vengo sempre accettata. Questo ambiente così diverso dalla mia mentalità e da tutto quello a cui sono abituata mi fornisce supporto, stimoli, aggiornamenti, accesso a retribuzioni dignitose, rispetto per il mio lavoro ed il mio tempo. Non mi sembra vero. Il lavoro da un giorno all’altro inizia ad ingranare, poi ne arriva altro, e altro ancora. E sempre nuovo: devo documentarmi, studiare, fare pratica, impegnarmi.

Oggi le cose sono ancora in evoluzione ma posso sbilanciarmi a dichiarare che ho trovato la quadra. Posso lavorare in remoto (con Skype e simili le distanze sono annullate) il che significa che sono rimasta nella mia città (vado ogni tanto a Milano per questioni sociali e lavorative) e soprattutto posso gestire il mio tempo.  Ve l’ho detto alla nausea che ci sono giorni in cui non funziono: con questo lavoro posso programmare in anticipo le cose da fare in previsione dei miei giorni no, quelli in cui non riesco nemmeno ad alzarmi dal letto senza che il risultato e la qualità del mio prodotto ne risenta.

Non vi dico com’è lavorare da casa! Essendo perennemente in videochiamata, giro per la casa perfetta dal busto in su: truccata, orecchini, collane, cofana ben cotonata con la lacca. Sotto sto  in braghe di pigiama a quadri. Passo dall’analizzare situazioni anche complicate o cazziare garbatamente qualche cliente in mutande, con tutta la compostezza di cui sono capace, ad alzarmi dalla mia postazione e andare a girare la peperonata che sennò si attacca.

Il postino e il corriere si sono abituati: Din dooon! “Un pacco per Marta!” “Lei lo sa come sto per scendere, vero?” “Sì, sì, vieni.”

Ieri però si è verificato un fatto inedito: Mi suonano al citofono, apro il portone sotto convinta che sia pubblicità ma mi bussano alla porta. Apro conciata come descritto sopra e mi trovo davanti un signore che molto concitato mi agita davanti al naso un foglio che reca il nome di una ditta di trasporti e il mio indirizzo di casa, ma non capisco cosa dice. Gli parlo in Italiano ma lui scuote la testa: “Ucraino” mi fa. “English?”. “No. Ucraino.” E allora sono cazzi amico mio. (Parlassi lo Sloveno ma non si somigliano manco vagamente col Russo e simili, quindi nisba).

Lo vedo disperato. Prendo il foglio in  mano, afferro lo smartphone nell’altra mano (con tutte le mie gatte che ci facevano il carosello intorno convinte che il nuovo arrivato avrebbe riempito loro la ciotola delle crocche) e digito il nome dell’azienda. (in tutto questo siamo sul pianerottolo di casa) Telefono. “Camiòn” continua a dire lui. “Ho qui davanti un signore che sembra agitato e vi cerca, ma non possiamo comunicare perché facciamo tre lingue in due ma non si intersecano.” Insomma viene fuori che l’indirizzo era lo stesso ma mancava una cifra del civico (non era il 23, che è casa mia, ma il 239). “Gli dica di venire alla stazione dei treni!” Cerrrrrto! E come cazzo glielo dico? “Aspetti la collega parla russo qui.” Adesso me lo dice…

Glielo passo e si scambiano due parole. Lui continua ad agitare sto foglio con l’indirizzo sbagliato. Mi ridà il telefono e mi guarda speranzoso. “Signora? E’ ancora lì? Ha spiegato al signore dove deve venire?” “Si ma è arrabbiato ora, perché lo abbiamo mandato nel posto sbagliato.” Eccerto. “Vabbé in qualche modo ve lo mando lì.” Gli mostro la foto della stazione dei treni di Gorizia sul telefono. Gli mimo le direzioni come il miglior Sordi che fa Il Vigile. Capisce. Emergenza risolta.

Prima di andarsene si volta, mi guarda dalla testa ai piedi, ci scambiamo uno sguardo denso di significati e lui mi da una pacca sulla spalla.

Credo di avergli fatto in qualche modo pena.