Queen of OrzoBimbo


Sulla vita e facezie / mercoledì, Febbraio 4th, 2015

Se mi avessero detto quindici anni fa che alla soglia dei trentacinque mi sarei ritrovata in pigiama a bere caffè di cicoria per addormentarmi meglio e parlare con la gatta ventunenne sorda, mi sarei tirata un colpo.

Credevo che negli anni della mia piena consapevolezza e maturità sarei diventata come Amanda Lear: leopardata coi boys ammaliati dalle mie grazie che faccio battute irriverenti ai giornalisti sul mio presunto passato da ex uomo.

Sic transit!

Non so se sia un fatto legato all’età o piuttosto all’indole. Dicono, sì, che se a vent’anni fai la notte in bianco, vai a ballare e il giorno dopo dritto al lavoro, a trenta piuttosto ti fai trapanare un dente. In effetti io lo facevo: il giorno dopo ero sfracellata, roba da tenere le palpebre aperte con gli stuzzicadenti, ma mai a poi mai avrei rinunciato a una serata di birra e musica rock tutta da saltare in jeans, Dr Marten’s e ragazzotti ebbri e puzzolenti di luppolo. Oggi penso: “Ma seriamente, chi caspita me lo fa fare?” Al di là del fatto che la mia cervicale non me lo predonerebbe MAI e che mi assicurerei un attacco di cagotto (sicuro come la morte).

Che l’età sia un fattore determinante è certo, ma non è solo un fatto del fisico che regge diversamente: manca proprio la spinta, quell’entusiasmo inconsapevole che si ha da ragazzi (giusto quell’attimo prima di iniziare a prendere calci nel culo) quando ancora si pensa che tutto sia possibile, tutto sia da scoprire e che il mondo sia uno scrigno infinto di sorprese. Col passare degli anni diventa veramente difficile sorprendersi di qualsiasi cosa, e ci si entusiasma per cose molto diverse, come trovare qualcuno che riempie prima il tuo bicchiere del suo quando siete a tavola o come reperire un vecchissimo film che credevi introvabile.

In questo senso il fatidico giro di boa non è legato alla fascia di età (i famosi “anta”), quanto all’atteggiamento liberato e risoluto di chi è ormai “oltre”. Oltre l’opinione altrui, oltre le aspettative dei parenti e dei colleghi di liceo, oltre i propri stessi pronostici di ragazzino. E’ quello che io chiamo il giro di vite dello “sticazzi”: è una fase dell’esistenza, l’entrata ufficiale in un successivo archetipo della personalità, piuttosto che un compleanno legato all’invecchiamento biologico. E lì sì che si puòi diventare Queen of Chinatown come Amanda Lear, ma mica perchè è trasgressivo: ci si diventa perchè è rilassante e perchè non si ha più bisogno di incasellarsi in nessun tipo di recinto o categoria per mettere un passo davanti all’altro.