La Mia Cellulite, le mie Nuove Consapevolezze, I Miei Ingombranti Disturbi


Vivere con una disfunzione / sabato, Ottobre 19th, 2019

Parte Ventesima: la Perdita di Sé

La mia più grande paura è sempre stata quella di crepare di demenza senile. E sì perché, quando sarà, sarò sola (non avendo fratelli, sorelle, mogli, mariti, figli, figli adottivi) se dovessi perdermi, chissà in che mani finirei e che fine potrei fare. Mi ci sono arrovellata per anni finché non ho aperto gli occhi ed ho visto che stava già succedendo.

Due anni fa scrivevo di quanto fosse difficile convivere con un disturbo e gli psicofarmaci (che mi ero arresa al fatto di prendere a vita), poi ho praticamente smesso di scrivere qualcosa che avesse un capo e una coda. Per forza. Luigi Tenco soleva dire che le sue poesie le componeva quando era triste: appunto. Bisogna provare qualcosa per esprimersi ed io mi son persa da tempo.

Vi racconto oggi cosa succede a una persona quando entra nel tunnel delle sostanze psicotrope, e di come si muore veramente male. Fatico a scrivere ma devo devo devo testimoniare quello che mi è successo e di come la mia vita sia stata rovinata: forse qualcuno che vive i miei stessi problemi sta pensando di curarsi e io devo lanciare questo messaggio. Può darsi che non riesca mai più a comporre qualcosa che sia più elaborato o sensato o completo di questo, così come può succedere che non riuscirò nemmeno a scrivere neanche questo poco. Quello che ho da dire va detto. Quanto  descrivo a seguire è quello che vi succederà se solo metterete in bocca la prima pastiglia di antidepressivo o antiqualsiasicosa. Non si torna indietro: non te lo lasciano fare, cadi in una voragine di dipendenze e di effetti collaterali devastanti se non mortali (per fortuna non è il mio caso almeno per ora non ho avuto un infarto).

Due anni fa piangevo il fatto di non poter più guidare, perché avevo perso i riflessi e rischiato più volte di fare un incidente in auto (neanche attraversare la strada a piedi è più sicuro in realtà) e di non avere più libido. Oggi pagherei oro per potermi lamentare di queste cose.

Dopo anni di devastazione al corpo e al cervello, non ho più contatto col mio corpo; continuo ad ingrassare a dismisura (il diabete è questione di tempo) e il mio metabolismo è andato a farsi benedire con la conseguenza di non riuscire a dimagrire neanche stando a digiuno completo. Non so più quando ho fame, sete o necessità di un certo nutriente, non godo più della buona tavola perché i sapori sono un po’ tutti uguali, non posso toccare goccia di vino o di birra perché mi fanno stare malissimo.

L’assenza totale di libido si è trasformata in un problema di identità profondo, intimo; sono nata donna cisgender eterosessuale. Oggi non ho più orientamento o attrazione verso nulla, non so più se sono femmina o qualcosa di neutro o una cosa che non è niente. Non sono niente. Il mio apparato riproduttivo sta lì solo per provocarmi dolore vista la mostruosa secchezza delle mucose che non va altro che ad aumentare nel tempo. Invidio i gruppi LGBT che reclamano i loro diritti perché almeno loro sono assieme e si possono comprendere. Hanno un’identità. Invidio addirittura gli etero. Io non sono più niente.

Non riesco ad uscire, sono ipersensibile ai rumori, alla luce, al parlare delle persone. Ho spesso le vertigini e i sudori freddi. Il fiatone. Sono perennemente esausta, dormo sempre tranne che durante la notte e faccio degli incubi orrendi finché le mie stesse urla non mi svegliano. Non riesco a concentrarmi, a leggere i miei libri (grazie a youtube per i documentari che posso piano piano vedere ed ascoltare!), fatico a lavorare anche nelle funzioni più elementari.

La vista mi si è annebbiata: i miei occhiali me ne forniscono una ottima da 11/10 ma non servono (perdonerete il milione di refusi che troverete ma dio sa come riesco a scrivere). Non riesco a seguire una conversazione, è troppo stancante e sarebbe francamente anche molto imbarazzante visto che biascico le parole e la mia memoria a breve termine è andata affanculo. Non parlo più con gli amici tranne che per messaggio, per brevi comunicazioni e solo i giorni che sto decentemente. Seguo le loro vite da lontano e se posso spedisco loro qualcosa ogni tanto. Gioisco con loro dei loro successi e mi dolgo dei loro problemi. Li guardo da lontano fare una cosa che io non posso più: vivere per il proprio futuro. Ovviamente non li vedo più da anni: sono chiusa in casa da due anni. Sono anche isolata: nessuno riesce bene a capire e penso nemmeno a credere completamente alle mie parole quando descrivo il mio stato di salute. Non so con chi parlarne.

La mia famiglia è provata da questa devastazione: non si sa mai in che stato mi sveglierò, se frustrata, prostrata, assente, silente o tranquilla. Anche la loro vita è rovinata.

Soprattutto, con orrore, devo affermare che io non esisto più. Il mio io, nel nucleo di me stessa è disintegrato. Non provo più paura né gioia né disperazione; solo apatia e frustrazione. Non ci sono più. La mia salute è disintegrata e la situazione si è spinta troppo in là perché io possa anche minimamente recuperarla: sostanze più forti di me prendono il sopravvento e mi levano le forze; la mia mente è altrove (se esiste ancora), vivo in uno stato di distacco dalla mia coscienza. E’ un lento e devastante spegnersi giorno dopo giorno.

I farmaci non mi servivano più: non ho più da molto crisi che non riesca a gestire in autonomia e sinceramente non ho motivi per agitarmi visto che ogni mattina che apro gli occhi maledico di essere viva e vedo davanti la giornata e il dovermi trascinare per un ulteriore giorno. Non mi servono più, così piano piano (impiegandoci mesi) li ho ridotti fino a non prenderli per niente.

E’ un mese e mezzo che sono “pulita” e sto sempre così. Solo il cielo sa se mai riprenderò almeno parte delle mie funzionalità e della mia salute e se questo dovesse per miracolo accadere, mi troverò a dover riparare a tutti i danni che ho dentro e fuori. Germania Anno Zero. No. Non ho modo di sapere cosa mi succederà: nessun medico me lo dice, sono da sola.

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